Federazione Speleologica Veneta

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Indice
Gruppo Grotte Solve CAI Belluno
II° parte
III° parte
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belluno

Gruppo Grotte SOLVE CAI, Belluno (1968)
Indirizzo: Piazzale Don Bosco, 9/11 - 32100 BELLUNO
Telefono: 0437 931655
Sito Internet: grupposolve.altervista.org
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Si riunisce il venerdì alle ore 21.00

La storia

I° parte: 1968-1972 "GLI ANNI DEL PIONIERISMO" (di Enrico Foggiato)
Sul versante Nord del M.te Visentin, nelle Prealpi Bellunesi, in località «Busa de Camp» a quota 1500 m, si apre una voragine di grosse dimensioni: la Spelonca de Camp. Essa ha da sempre attirato l'attenzione dei pastori e degli escursionisti.
I primi, preoccupati del pericolo che essa costituiva per il pascolo, ne avevano recintato il perimetro con filo spinato; si favoleggiava di pecore cadute nell'abisso ed i cui resti venivano ritrovati ...nel lago Morto di Fadalto!

Questi racconti, ed altri ancora, sentiti anni prima nelle malghe della zona, avevano attirato la mia attenzione ed ogni tanto ci pensavo. Così, durante un'escursione, decido di esaminare attentamente l'imbocco della cavità per tentarne una possibile discesa. Un rapido esame dell'orrido mi convince. Si tratta ora di persuadere qualche amico a tentare insieme l'impresa, cosa non facile in un ambiente alpinistico: me ne resi rapidamente conto!
Arrivo a citare Emilio Comici, famoso alpinista con un passato da speleologo (aveva addirittura esplorato il famoso «Bus de la Lum» in Cansiglio durante la spedizione della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie di Trieste nel 1924), ma senza successo. Finalmente l'occasione mi si presenta nel corso di una scalata: il mio compagno di cordata, Mario Case, si lascia convincere. L'appuntamento è fissato per la domenica successiva. Così, una settimana più tardi di buon mattino, ci avviamo lungo la mulattiera che sale alla malga di Col Toront e prosegue verso la malga (oggi ruderi) della Busa de Camp. Negli zaini portiamo una corda d'alpinismo lunga 40 m, qualche chiodo da roccia, pochi moschettoni e qualche cordino. Seduti vicino al grande imbocco, emozionati ed un po' intimoriti, divoriamo rapidamente un paio di panini, ed eccoci alla ricerca di un posto idoneo per fissare la corda. Un'abete, provvidenzialmente cresciuto a picco dell'antro, ci fornisce un ottimo punto d'ancoragggio e rapidamente la corda viene calata nel buio della grotta.
Pochi minuti più tardi mi ritrovo sospeso nel vuoto all'interno di una sala di grandi dimensioni, a forma di campana. La paura è sparita, ma non l'emozione! Lo spettacolo è grandioso ed affascinante; distinguo nettamente il fondo una settantina di metri più sotto. Atterro su un grande cumulo detritico e subito dò il via libera a Mario, che rapidamente mi raggiunge, anche lui molto emozionato. Una stretta di mano ed iniziamo l'esplorazione di questa grande sala apparentemente senza sbocchi.
La speranza di scendere ancora più giù svanisce rapidamente lasciando il posto alla delusione: non ci sono proseguimenti! Forse scavando ...
Le ore sono volate via rapidamente, dobbiamo pensare alla risalita. Lassù il tempo è cambiato. Sta piovendo. Ci avviamo lentamente sul grande ghiaione fino alla corda che ondeggia pian piano nel vuoto. Come fare per uscire? Presi dal raptus della discesa, ci eravamo scordati che bisogna anche risalire! Ma siamo alpinisti e ci viene in aiuto la tecnica di risalita con i nodi Prusik.
La pioggia insistente e la notevole elasticità della corda rendono assai penoso il nostro ritorno in superficie, ma cosa importa? Soddisfatti della nostra impresa e un po' stanchi, rientriamo a Belluno con la promessa di ritornare presto.
La domenica successiva sono nuovamente in Spelonca, questa volta con l'amico Giovanni Garzotto («Gian»). La nostra intenzione è di esplorare nuovamente tutta la cavità ed effettuare un rilievo sommario. Raggiunto il punto più basso della sala (-63 m) rimango sorpreso da un fatto: il fumo della sigaretta che Gian sta «voluttuosamente» fumando sembra attratto verso il basso, come aspirato da un grande cumulo di massi. In pochi secondi diventiamo delle vere e proprie talpe! Facciamo a gara per spostare i sassi. Finalmente, dopo un paio d'ore di estenuante lavoro, riusciamo ad intravedere una possibile prosecuzione. Ormai stanchi, le mani insanguinate, spostiamo ancora qualche grosso masso ed ecco finalmente aprirsi uno stretto passaggio. Uno sguardo con la pila e ...un'urlo: continua!!
Penetriamo ora in una zona dove nessuno prima di noi aveva mai messo piede. L'emozione è grandissima. Una galleria di notevoli dimensioni si apre davanti a noi e c'invita a proseguire in direzione Sud. «Gian, questa volta arriviamo a Vittorio Veneto!», esclamo. Ma ben presto ci rendiamo conto che questa galleria non conduce a quella simpatica cittadina, ma termina dopo una cinquantina di metri in una piccola pozza d'acqua. S'intravvedono altri strettissimi cunicoli che occorrerà esplorare. Ma siamo esausti per il lavoro fatto e rimandiamo tutto ad una successiva spedizione.
Ben presto la notizia della scoperta si diffonde e molti ora desiderano partecipare alle future esplorazioni. Al fine di agevolare e rendere più spedita la risalita, vengono costruite delle scalette da speleologia, rudimentali, ma leggere da trasportare e di facile sistemazione.
Segue un periodo di grande attività. Molti si dedicano con fervore ed entusiasmo al reperimento dell'attrezzatura necessaria: lampade a carburo per l'illuminazione, attrezzi per disostruzione, strumenti per le rilevazioni, ecc... Con la preziosa collaborazione dell'amico geologo Gianni Parizzi, anche lui entusiasta delle nuove scoperte, vengono portate a termine le prime misurazioni esterne ed interne e steso un primo rilievo della cavità.
Come spesso accade in questi casi, la novità della scoperta, il richiamo dell'avventura, il passare insieme una domenica, fanno si che ci ritroviamo sempre più numerosi all'interno della Spelonca. C'è lavoro per tutti. Qualcuno scava con la segreta speranza di trovare un'ulteriore proseguimento, altri esplorano strettissimi cunicoli che sboccano nella galleria principale, altri ancora s'improvvisano topografi, fotografi, ecc...
Siamo ora nell'anno 1969. Il gruppo grotte è ormai saldamente affermato; ne fanno parte attiva una ventina di persone e nel corso dell'assemblea sezionale, il dr. Piero Rossi, Presidente della Sezione del C.A.I., si congratula per il lavoro che stiamo portando avanti. In segno di riconoscimento dona al gruppo una bussola ed un martello da geologo. Poco tempo dopo, lo stesso Piero Rossi scende nella voragine. Risale assai stanco, ma soddisfatto per l'avventura e per le numerose foto scattate.
Il grande via vai sulle scalette leggere, determina un veloce degrado delle stesse e durante una riunione del gruppo si decide l'installazione di una scala metallica fissa, allo scopo di agevolare e rendere più sicura la risalita. L'idea appassiona subito Piero De Min, socio del gruppo, che con grande dedizione prepara i vari tronchi di scala che dovranno poi essere assemblati sul posto. In una memorabile giornata del mese di settembre, una vera e propria impresa inizia i lavori che saranno ultimati in un paio di domeniche. Contemporaneamente si programma un'esplorazione massiccia di tutta la zona.
Vengono così individuate ed esplorate diverse cavità: Bus dell'Orto Botanico, Bus della Granata, Bus dei For, Boz dell'Acqua, ecc...
Ben presto allarghiamo le nostre esplorazioni ad altre zone della provincia ed il 18 ottobre 1970 siamo impegnati in una voragine che si apre sulla Crépa Rossa (Cime d'Auta), la stessa che aveva attirato l'attenzione di Attilio Tissi e compagni. Muniti di attrezzatura sommaria, scendiamo una settantina di metri. E' tempo ora di cercare qualche contatto con altri gruppi e l'occasione si presenta presto.
Il programma del VI° corso nazionale di speleologia organizzato dal gruppo speleologico C.A.I. Perugia, spedito a tutte le sezioni, desta il mio interesse e quello della mia fidanzata (socia del G.G.). Così ci ritroviamo dal 18 al 26 agosto 1970 a Perugia, dopo un viaggio avventuroso in Fiat 500. Sono giornate intense ed entusiasmanti. Apprendiamo rapidamente e ci muoviamo con grande sicurezza, anche in grotte difficili. La cosa non sfugge all'occhio attento degli istruttori e così, al termine del corso, increduli, riceviamo l'invito a partecipare l'anno seguente alla spedizione in Francia organizzata dal Gruppo di Perugia in collaborazione con i Belgi. Scopo della spedizione è il raggiungimento del fondo della grotta più profonda del mondo: il «Gouffre BERGER» (-1122 m). Sembra un sogno! Vien anche richiesta la nostra partecipazione ad un campo interno, della durata di quattro giorni, nella grotta più profonda d'Italia: la grotta di M.te Cucco in Umbria.
Partecipo con l'amico Ernesto Lotto, il quale, dopo il nostro ritorno a Belluno, continuerà per molto tempo a ripetere a tutti che al campo, base installato a 300 m di profondità, c'era troppo fango! Il fatto si spiega: dopo una dura giornata di esplorazione, mentre tentava con qualche difficoltà di salire sull'amaca, era rovinato disastrosamente nel bel mezzo del fango. La censura mi vieta di riportare qui le mille ingiurie lanciate alla grotta in quell'occasione.
I mesi passano rapidamente ed occorre prepararsi per la spedizione in Francia. La data di partenza, dopo accordi presi con i perugini, viene fissata per i primi di agosto. La spedizione, diretta da Francesco Salvatori di Perugia e dal belga Etienne Lemaire, è composta da tredici speleologi italiani provenienti da Perugia, Trieste, Biella e Belluno e da una ventina di Belgi. Per ben tre volte scendiamo nella grotta più profonda del mondo: la prima volta, per la posa di attrezzature e per allenamento, arriviamo a -750 m; la seconda discesa è interrotta per il sopravvenire del maltempo, che provoca una piena del torrente sotterraneo e ci costringe a risalire precipitosamente da -600 m; finalmente affrontiamo la puntata decisiva.
Alle ore 9.00 del 13 agosto 1971 ci troviamo, assieme ad altri sette speleologi italiani, alla sommità del primo di una serie di pozzi iniziali di media profondità (10 m ÷ 46 m) collegati da cunicoli e fessure che, alla quota di -250 m, immettono in una grandiosa galleria (la «Grande Gallerie»), che scende tra colossali gradoni e blocchi franati fino a -500 m. Poco dopo siamo al «Vestiaire», dove occorre fare una sosta per indossare le mute, visto che d'ora in poi seguiremo il percorso impetuoso del fiume sotterraneo, tra rapide e cascate alte anche una trentina di metri.
Più giù si aprono altri vastissimi saloni ed ancora una serie di pozzi cascata fino all'ultimo, il «Pozzo dell'Uragano», oltre il quale alcune gallerie completamente allagate portano al sifone terminale. Ce l'abbiamo fatta! Sono le ore 17.15. Siamo stanchi, ma molto felici per i risultati raggiunti. Molto festeggiata la mia compagna, Delia De Menech, che coglie un'ambito primato mondiale: è la prima donna al mondo a raggiungere una tale profondità. Dopo una breve sosta, iniziamo la difficile risalita. Raggiungeremo la superficie verso le ore 12.00 del giorno successivo dopo una permanenza in grotta di ben 27 ore!
Pochi giorni dopo facciamo ritorno a Belluno dove siamo accolti con molta simpatia da tutti gli amici. Trasmettiamo il nostro entusiasmo ed anche le nuove conoscenze all'interno del Gruppo Grotte, ed eccoci nuovamente a lavorare nelle viscere della Spelonca! Si tratta di forzare una strettissima fessura che finora ha resistito a tutti gli assalti. Al di là, dopo incredibili contorsionismi, la minuta Anna Zardini riesce ad intravvedere una saletta e ulteriori cunicoli, ma in quanto a passare, niente da fare. Eppure attraverso quello stretto passaggio soffia una grossa corrente d'aria, indicatrice di probabili proseguimenti.
Scendiamo in Spelonca la domenica mattina presto e, strisciando lungo minuscoli cunicoli dove non è nemmeno possibile girarsi, ci portiamo sul posto di lavoro, la diabolica fessura, dove, armati di martello e scalpello, in posizioni incredibili, lavoriamo come dannati. La sera, esausti e sporchi, scendiamo a Belluno, giurando di non ritornarci più, ma ...la domenica successiva siamo nuovamente la sotto.
Si distinguono particolarmente per la loro assiduità gli amici Armando Sitta, Anna Zardini, Teresa Rosso, Ernesto Lotto e altri ancora. Finalmente, dopo vari tentativi di forzare il passaggio, la piccola Anna s'infila nello stretto budello e lentamente ...passa!! Per gli altri, ancora niente da fare. Intanto, dall'altra parte, Anna ci descrive quello che non riusciamo a vedere. Parla di ulteriori proseguimenti in direzione Sud. Lavoriamo ora alacremente e poco dopo i più magri tra noi riescono a passare. Scopriamo così altri 150 m di stretti cunicoli, che purtroppo vanno man mano restringendosi, precludendo ogni ulteriore esplorazione.
Così, l'interesse per la cavità che ha visto nascere e crescere il nostro gruppo grotte, va lentamente scemando. L'attenzione viene rivolta ad altre zone di grande interesse speleologico: il Carso di Trieste e Gorizia.
Grazie all'amicizia presto creatasi con i gruppi locali, passeremo giornate indimenticabili. E' il momento della grande espansione. Ma questa è un'altra storia.
1989 - by Enrico Foggiato and Stefano Reolon


 
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